Phelps, Cavic e Woody Allen: la finale dei 100 delfino a Pechino 2008

Phelps, Cavic e Woody Allen: la finale dei 100 delfino a Pechino 2008

ottobre 6, 2018 0 Di lorenzo

I protagonisti di questo racconto sono Michael Phelps e Milorad Cavic con la loro incredibile finale dei 100 farfalla ai Giochi Olimpici di Pechino 2008. Ci sono alcune gare che più di altre entrano nella storia, questa è senza dubbio una di quelle. Era la mattina del 16 agosto, penultimo giorno di gare per il nuoto in vasca, e al centro acquatico nazionale di Pechino si trovava il meglio del nuoto mondiale.

Terminata la finale dei 200 dorso donne, lentamente entrarono sul piano vasca i finalisti dei 100 delfino, gli 8 nuotatori si posizionarono dietro il rispettivo blocco armati di cuffia, occhialini e costumone; sul piano vasca si trovavano tutti i delfinisti più forti di sempre.

Ian Crocker deteneva il record mondiale sulla distanza, Jason Dunford – Keniano – e Milorad Čavić – serbo – nelle rispettive batterie avevano migliorato il record olimpico che Phelps (campione mondiale e olimpico in carica) aveva fatto segnare ad Atene. Tra gli 8 finalisti c’era anche Ryan Pini, primo nuotatore della Papua Nuova Guinea ha disputare una finale olimpica di nuoto.

Insomma, l’élite mondiale del delfino si stava per dar battaglia in quella che sarebbe divenuta una delle finali più incredibili nella storia del nuoto. Ma facciamo un passo indietro.

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Milorad Čavić, vincente sia nelle batterie che in semifinale, scendeva in corsia 4 da favorito. Ma doveva fare i conti con un Michael Phelps che proprio a Pechino aveva deciso di entrare definitivamente nella leggenda. Lo squalo di Baltimora aveva già disputato 6 finali vincendo 6 ori e con la vittoria nei 100 delfino avrebbe eguagliato l’incredibile record di Mark Spitz.

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Se Phelps si tuffò per la finale dei 100 delfino da imbattuto, Čavić entrò in gara con il desiderio di vincere a tutti i costi quella gara. Non ce ne vogliano gli altri, tutto il mondo sapeva che la finale si sarebbe giocata tra questi due mostri sacri dello sport, eppure, nessuno si aspettava che a decretare il vincitore sarebbe stata la più piccola differenza di tempo che fosse mai stata registrata: un solo centesimo.

Ai 50m Čavić virò primo, Phelps solo settimo. Erano ben 62 i centesimi che lo dividevano dal serbo. I più scettici e pessimisti gridano alla disfatta, ma lo squalo di Baltimora non ci sta e nuota una vasca di ritorno che entrerà nella storia. Lo statunitense mette il turbo, le sue bracciate e le sue gambate si esibiscono in una nuotata di pura potenza e armonia, inizia a superare tutti gli avversari, uno alla volta… quando mancano 5 metri ha recuperato 5 posizioni: davanti a lui rimane solo Milorad Cavic.

Lo stadio è tutto in piedi, gli spettatori di tutto il mondo sono in fibrillazione. In Italia era notte fonda  ma in molti, moltissimi, erano rimasti svegli per seguire questa finale. Milorad Čavić è ormai arrivato: tra lui e la piastra mancano pochi centimetri, Phelps, invece, deve inserire ancora una bracciata; le sue mani volano come angeli portati dal vento, il suo corpo si allunga come uno squalo che vuole catturare la sua preda. Tocca la piastra. L’oro è suo. Uno solo centesimo, tanto basta a rendere immortale la leggenda del Kid di Baltimora. 50.58 il suo crono che gli vale il settimo oro e il record olimpico sulla distanza. Il record leggendario di Mark Spitz è eguagliato, per la seconda volta nella storia un nuotatore è riuscito a vincere 7 ori nella stessa edizione dei Giochi Olimpici.

Basta una minima minuscola frazione di secondo a separare un oro da un argento. Destino beffardo o strane congiunzioni astrali, tra la gloria infinita e l’eterno rimpianto è un istante. Alla fine, Phelps vince, con un centesimo di vantaggio su Čavić. A nulla vale il record europeo di Čavić e a nulla valgono i ricorsi presentati dal comitato serbo: la vittoria è dello statunitense. Phelps è ufficialmente una leggenda.

Andrew Lauterstein toccherà la piastra 45 centesimi dopo, cosa che gli varrà il bronzo olimpico e il nuovo record oceanico. Ancora una volta, per un solo centesimo, rimane giù dal podio il primatista mondiale Ian Crocker e non andò oltre la sesta posizione Takuro Fujii che in 51.50 segnò il nuovo record asiatico, dietro anche al Keniano Jason Dunford.

Spettatori, telecronisti e giudici di gara erano estasiati dallo spettacolo che si era appena concluso. Ed era davvero difficile rimanere impassibili rivedendo al rallenty l’ultima bracciata di Phelps, sul confine tra fantascienza e realtà. Poi lentamente tutto ritornò alla normalità. Nella finale successiva Alessia Filippi avrebbe vinto uno straordinario argento, e il giorno dopo Michael Phelps avrebbe conquistato il suo ottavo sigillo olimpico, che lo avrebbe fatto diventare il più medagliato atleta di tutti i tempi in una singola edizione dei giochi.

Insomma, perché vi ho raccontato questa gara, cosa ha di tanto speciale questa finale? Molto spesso ci si domanda: “quella di Phelps è stata fortuna?”, “vincere una finale per un centesimo è questione di fortuna?”. Proveremo a rispondere a questa domanda e per farlo vi propongo il monologo iniziale del film Match Point di Woody Allen …

Colui che disse: preferirei essere fortunato piuttosto che abile aveva capito tutto della vita. Le persone non vogliono accettare il fatto che gran parte della nostra vita dipende dalla fortuna. È spaventoso pensare quante siano le cose che sfuggono al nostro controllo.

Allora, è tutta fortuna? Io non sono d’accordo. Nello sport è il duro lavoro che viene premiato, soprattutto se si parla di nuotatori di altissimo livello, soprattutto se si parla di Michael Phelps. Quando vinci 8 ori, quando riesci a essere altamente competitivo per così tanto tempo, non si tratta più di fortuna. Non si vince per fortuna. Si vince perché ci si è allenati meglio degli altri, si vince perché si è arrivati a quella finale a uno stato di forma migliore, si vince perché in quella gara, in quel preciso istante, si è i più forti. La prestazione top non arriva per caso.

Quindi è sempre importante, è sempre fondamentale continuare ad allenarsi duramente, anche quando i risultati tardano ad arrivare. Perché è solo questione di tempo e non di fortuna. Riprendendo un altro passo del film Match Point:

Chris: In ogni cosa è importante avere fortuna.
Chloe: Beh, io non credo nella fortuna, credo nel duro lavoro.

Insomma, io sono d’accordo con Chloe, anche io credo nel duro lavoro. Che sia a livello sportivo, scolastico o professionale. Sì, forse anche la fortuna può avere un ruolo marginale, di tanto in tanto, ma alla fine è il lavoro che conta. Phelps non ha vinto per una ventata di fortuna. Non si vincono 8 ori per fortuna, non si vince la gara più importante della tua vita per fortuna. L’ha vinta perché l’ha gestita al meglio… perché alla fine è comunque riuscito a mettere le mani davanti a Cavic e alla fine questo è quello che conta. Dietro alla fortuna, se così la vogliamo chiamare, si nascondono ore e ore di allenamenti, sacrifici, grinta, si nasconde il desiderio di primeggiare a ogni costo. Perché quando vinci una gara per un centesimo ci vuole anche una grandissima dose di determinazione. E Phelps voleva vincere a tutti i costi.

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